Della fragilità della memoria digitale.

 I tecnicismi sono piuttosto noiosi, perlomeno a me interessano assai poco. Mi interessa molto di più il fatto di non avere le doti necessarie a conservare efficacemente le mie memorie di famiglia nei decenni futuri.

La vita gira, le generazioni che ci hanno preceduto piano piano abbandonano questo piano astrale e spesso ci lasciano cassettine colme di ricordi, lettere, vecchi libri, foto.

Nelle cassettine giuntemi recentemente, ho trovato foto che si avvicinano al secolo d'età, come quella qui sotto.
nonnopasqualone.jpg
Mio bisnonno Pasqualone, in tenuta da soldato, guerra del 15/18

Questa foto, unitamente a molte altre, è sopravvissuta ad un paio di guerre, a seri bombardamenti, a diversi cambi di casa e passaggi di proprietà. Rimanendo semplicemente dentro la sua cassettina, ignara di tutto.

Sempre recentemente, a causa di un fail piuttosto ignorante del raid 1 che doveva salvaguardare il mio archivio fotografico, ho perso almeno tre anni di fotografie, anche piuttosto importanti.

 La domanda che sorge spontanea è “Sarò in grado di tramandare i miei ricordi? Come mi devo attrezzare?”

A mio parere il problema si scinde in almeno tre aspetti:

 Sovrapproduzione

Attualmente, grazie alle tecnologie sempre più efficienti e portabili - o indossabili -, la quantità di ricordi, siano essi scritti, fotografati o ripresi, che produciamo quotidianamente è inquietante.
Giga e giga di materiale grezzo dove ogni cosa finisce per avere la stessa importanza, quindi nulla.
Perdere una foto, una serie di mail, un appunto vocale è normale, non ci si fa caso. Cent'anni fa la questione era decisamente diversa. Produrre ricordi costava molto, era destinato ad eventi eccezionali e memorabili. Come probabilmente è giusto che sia.

 Archiviazione

Bum. Questo è davvero il mio tallone d'Achille. La gestione e l'archiviazione della mole di dati personali che produciamo quotidianamente necessita di capacità tipiche dell'archivista. Certo, esistono software che possono aiutarci in questo, ma sono software che non dureranno in eterno, cambieranno, diventeranno obsoleti. E allora via, a nominare i file, a creare complesse architetture di cartelle e sottocartelle, a decidere se dividere il tutto per mese, per anno, per tipo di file, per evento.
Poi il dramma. Dove mettiamo tutta questa roba? Fino a qualche anno fa il must erano i dischi esterni, magari in raid, per sicurezza (sigh), prima ancora i cd, ancora prima i nastri magnetici. Ora il Cloud.
Fino a quando?

 Manutenzione periodica

Il problema tecnico della durabilità delle memorie digitali non è nuovo, ma ancora la sua percezione al grande pubblico non è così chiara.
Ancora oggi mi è capitato di vedere occhi spalancati e mascelle pendule all'affermazione che i cd-r non hanno vita infinita, manco avessi detto che le scie chimiche sono prodotto della tecnologia aliena utilizzata dagli Illuminati per instupidirci (no, ad una affermazione simile avrei ottenuto probabilmente dei compunti segni d'assenso -.-).

Viene brutto dire che non esiste una vera soluzione, al momento il cloud, la ridondanza, pare essere la panacea, ma come dicevo prima, per quanto?

 Siamo in buona sostanza costretti a prenderci cura continuamente dei nostri ricordi.

Potrebbe essere considerata in fondo una buona pratica, ma di difficile attuazione, soprattutto in momenti di crisi, personale o collettiva. Io di mio sarei per centellinare il più possibile la creazione di queste memorie, oppure per una drastica selezione all'origine, in maniera da limitare il problema dell'archiviazione e della manutenzione.

 Tornare a una produzione conscia del ricordo, e non di riflesso, semplicemente perché la tecnologia me ne dà la possibilità.

Forse così facendo qualcosa rimarrà, e magari qualcuno sarà in grado di interpretarlo, o più probabilmente ha ragione mia moglie, che insiste per stampare periodicamente le foto più significative, così da potersele semplicemente dimenticare in una scatola.

 
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