Fare a cazzotti con l'Internet

La mia generazione ha subito la fascinazione di un accoppiatore acustico e di un computer homemade e programmabile via switch.

L'infanzia è a suo modo subdola, perché i messaggi assorbiti in quell'età così vulnerabile ci segnano per sempre, che lo vogliamo o no.
Ho diversi bellissimi ricordi della mia infanzia, ma due mi tormentano ogni giorno: l'incredibile viaggio dentro al cyberspazio fatto da Kevin Flynn in Tron (quello originale), ma ancor di più il maledettissimo accoppiatore acustico di Wargames.
WarGames-Sheedy-and-Broderick-on-computer.jpg
il maledetto accoppiatore lo trovate in basso a destra

Per chi fosse a digiuno di retrocomputing, l'accoppiatore acustico è (era) quell'aggeggio che permetteva di collegare il computer alla linea telefonica utilizzando direttamente la cornetta. In pratica all'interno dell'accoppiatore acustico c'era un microfono che ascoltava i “biiizzzBURRRRZZZrrriiiip” provenienti dal computer all'altro capo del telefono e un altoparlante che spediva di rimando i “BUUUFFrrrriizzzzPTTANNNG” generati dall'elaboratore casalingo.
Insomma, un modem.
All'epoca avevo 9 anni, ma quel dannato affare, che riusciva a collegare due computer lontani centinaia di kilometri, aveva aperto una voragine nella mia testa, che reclamava di essere colmata al più presto. Purtroppo non riuscii a mettere le mani su qualcosa di simile, ma era già un modem “vero”, sebbene autocostruito grazie ai kit di Nuova Elettronica, se non al primo anno di liceo.
A casa di un amico, con un vetusto Commodore 64 riuscimmo a collegarci ad una qualche bbs dell'Università di Bologna (grazie al numero di telefono passatoci dal proverbiale cugino); non riuscimmo a fare praticamente nulla, anche perché era tutto protetto da password, ma fu uno dei più bei pomeriggi della mia adolescenza (beh, ero un nerd, in fondo, e vi assicuro che all'epoca era dura).

Comunque. Mi sto perdendo. Volevo semplicemente spiegare perché esiste gente che fa cazzotti con l'Internet

L'Internet (come amava chiamarla Giancarlo Livraghi Gandalf.it) la nostra generazione, quella nata negli anni ‘70, l'ha prima sognata, grazie a libri, fumetti, giochi di ruolo e film, e poi se l'è ritrovata fra le mani, ma non bella che finita, fatta, piena di cose pronte.

Guardate, non vuole essere il classico discorso generazionale, contro i cosidetti nativi digitali. Il problema, a mio parere, è che questo fare a cazzotti con l'Internet è tipico dei cinquantenni.

I nati negli anni sessanta non hanno sognato quell'ipotetica rivoluzione digitale che veniva da oltre oceano, erano già troppo grandi a metà degli anni ottanta.

La generazione 70 ha iniziato a lavorare che l'Internet c'era, quella 60 no. Sembra banale, ma in realtà è un grosso problema culturale, soprattutto ora che quella generazione sta prendendo il suo posto come classe dirigente.

I “sessantini” - ovviamente presa per sommi capi, sono fondamentalmente un generalizzatore - hanno subito l'avvento di Internet e spesso la usano in malo modo e con poco garbo, più infastiditi che convinti, piegati alla necessità, ormai innegabile, di doverci avere a che fare.

Da una parte incalzano i nativi digitali, talmente assuefatti alla presenza di una rete globale a portata di dito, da non poter neanche concepirne l'effettiva non-esistenza non più di vent'anni fa, dall'altra ci siamo noi, i pionieri dell'uso del web, gli scassaballe che a fine anni novanta spingevano perché le aziende si comprassero un dominio e fornissero a ogni dipendente una mail.

Di fatto, per non subire altri dieci anni di pugilato con l'Internet, dobbiamo farci ancora una volta carico di una missione, che non è tecnoevangelica, ma culturale: far capire a chi ha da 45 a 55 anni che l'Internet non va presa a pugni, bensì capita, addomesticata e amata, perché, in fondo, rimane il sogno realizzato di una generazione di bambini.

Maledetto, fottuto, accoppiatore acustico

 
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