La rete non è un media. E neppure una tecnologia.

 Pensavo di iniziare con una citazione di Gibson o di Sterling. Fate come se l'avessi fatto.

La mia amica Mafe sostiene, e non certo a torto, che repetita iuvant, ma è da un po’ che mi sento davvero come quei vecchietti scassaballe in grado di ripetere con ardore indefesso centinaia di volte la stessa identica storia aspettandosi dal pubblico il medesimo entusiasmo.

Una delle metafore/teorie che mi porto appresso da tempo e che non mi stanco mai di ripetere quotidianamente suona alle mie orecchie talmente banale da risultare quasi stucchevole:

INTERNET non è TECNOLOGIA, non è MEDIA, è LUOGO.

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L'Arena Borghesi, ex teatro all'aperto, oggi, chissà per quanto, cinema sotto le stelle, foto di Torre dell'Orologio Faenza/Fototeca Manfrediana

Sia chiaro, Internet è piena zeppa di tecnologia, un ammasso incredibile, difficilmente percepibile dall'utente medio: dorsali, cavi sottomarini, fibre ottiche, router, server, ripetitori, wifi, ponti radio… Milioni di persone lavorano ogni giorno a singoli pezzi di questo immane mostro per consentire ai mostri messaggi Whatsapp di fare il giro del mondo in pochi secondi.

Quindi Internet è tecnologia? Sì, ma né più né meno di quanto non fossero tecnologia i primi libri a stampa, ad esempio: una filiera complessa, che comprendeva cartiere, fabbri, incisori, falegnami, stampatori.

Quello che sostengo è che la definizione di cosa sia la Rete e cosa significhi per la nostra quotidianità prescinda in qualche modo la sua stretta ed evidente natura tecnologica: ogni invenzione umana è “tecnologia”.

 La parola Media identifica l'insieme di strumenti utilizzati da una comunità per comunicare attraverso simboli (mediazione simbolica).

Definire Internet uno strumento di mediazione simbolica non è dunque corretto; in realtà per comunicare all'interno della rete usiamo sempre e comunque i tre principali mezzi propri dell'umanità: immagini, suoni, testo scritto.

Internet non è neppure un Mass Media: i mezzi di comunicazione di massa, nell'accezione classica, sono pensati per distribuire un messaggi a un pubblico ampio e inclusivo (logica broadcast).

Anche questa è in realtà una mezza verità: Internet, soprattutto negli ultimi anni, ha fatto suoi alcuni dei paradigmi dei mass media, persino nel modello pubblicitario, ma stringere la rete in questa definizione vorrebbe dire non coglierne la portata sociale e storica.

Internet è un luogo, anzi, una serie di luoghi.
Milioni di stanze, piazze, cantine, dove ognuno può suonare, cantare, parlare, scrivere, disegnare, raccontare, ascoltare e discutere.

La stessa società che ci ha fatto dono dei nonluoghi ci ha regalato un superluogo, in continua e costante mutazione.

C'è di più: Internet ci ha fatto dono dell'ubiquità.
Il fottutissimo teletrasporto, anzi, molto meglio, la possibilità di essere, senza fatica, in più luoghi contemporaneamente, seguire un convegno sulle seppie giganti a New York mentre stiamo discutendo di scherma storica bolognese con alcuni amici di Vienna.

Una volta, qualcosa come venti anni fa, un mio amico si diceva decisamente spaventato dall'idea del teletrasporto; annullare il concetto di spazio e di spostamento avrebbe portato, secondo lui, ad una schizofrenia dilagante. Magari aveva ragione :).

 
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Della fragilità della memoria digitale.

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